Recensioni

IL PERSONAGGIO PRINCIPALE

a cura di Giuseppe Rizza

Gherardo Bortolotti può vantare un apprezzamento quasi di culto nell’ambiente della poesia, per il suo stile riconoscibilissimo e del tutto singolare nel panorama italiano. Eppure la sua più che appartenere alla poesia – se ancora vogliamo concedere un ultimo respiro all’esalazione della divisione dei generi letterari – è una scrittura che si sporca, si rotola nell’acquitrino della narrativa. L’autore di Tecniche di basso livello è infatti il massimo esponente italiano di quella che per brevità potremmo dichiarare prosa poetica. Forse l’unico, verrebbe da aggiungere. La prosa poetica è indefinibile per sua stessa natura, un ibrido dai confini incerti, matrimonio e separazione di due generi che si sono sempre frequentati pochissimo o tantissimo, e che hanno goduto però solo sporadicamente di una serena convivenza. È però un sottogenere che ambisce a conquistare spazi che probabilmente riuscirà ad ottenere con sempre maggiore risultato, ma che in Italia nel 2022 non ha, sostanzialmente, un pubblico nutrito, per usare un eufemismo. Un Paese che non riesce a capacitarsi dopo decenni che esistano poeti al di fuori di Montale, o che questi siano i vari Alda Merini, Franco Arminio o Guido Catalano, non può che ignorare del tutto l’esistenza di un ibrido figlio di una scopata extraconiugale fra poesia e narrativa. Eppure, accennavamo a come la prosa lirica abbia indubbiamente un futuro dal campo sempre più largo: basti pensare che l’autrice forse più osannata di prosa lirica, che riesce a suggestionare non solo poesia e prosa ma anche saggio, sia una poetessa da anni in odore di Nobel e che ormai è piuttosto presente nelle librerie italiane (non nel moribondo scaffale Poesia) come Anne Carson. In Italia invece il sottoscritto deve fare qualche sforzo di immaginazione per sputare fuori due nomi che mandano avanti la rappresentanza della prosa poetica: Gherardo Bortolotti e Paola Silvia Dolci. Entrambi con risultati molto diversi e del tutto personali, ma confinati in riserve indiane ancora più microscopiche di quelle dei lettori di poesia contemporanea.

Altro rappresentante di prosa poetica in almeno due suoi tentativi (uno su tutti Le scimmie sono inavvertitamente uscite dalla gabbia) è Dario Voltolini, autore della postfazione dell’ultima prova di Bortolotti nonché direttore della collana Pennisole che pubblica dell’autore bresciano questo Tutte le camere d’albergo del mondo, per la casa editrice torinese Hopefulmonster. La scelta di Voltolini è indubbiamente coraggiosa, e si spera possa avere dei risultati, sia per far conoscere Bortolotti a un pubblico più vasto e liberarlo dal ghetto della prosa poetica nel Belpaese, sia perché merita, per il suo indiscusso talento, di ricevere consensi e opportunità di scrittura.

Tutte le camere d’albergo del mondo, è la cronaca di un fallimento. Il fallimento è proprio la scrittura. Una scrittura dichiaratamente impotente, eppure potentissima. Impotente perché è lo stesso autore che esplicita la sua condizione di scrittore incapace di costruire una trama lunga nel tempo e nello spazio: una delle caratteristiche della sua scrittura – così come degli altri nomi fatti in precedenza – è infatti quella della brevità, le sue sono brevi prose che riescono a condensare in genere in meno di tre pagine un’identità, un corpo, una storia. Non potendo quindi scrivere una storia lunga, perché non scriverne decine, tutte brevi, srotolate in poche righe e abortite in poche pagine?

La scrittura di Bortolotti, sempre incline alla critica sociale, coltiva più di altre volte un’autoironia che dà una lettura diversa rispetto al suo “solito” (dicevamo della riconoscibilità di Bortolotti, con i suoi salari, le sue nevrosi urbane, i suoi vuoti, le sue quotidiane incertezze e precarietà), e allarga il raggio d’azione, sempre cerebrale ma pienamente vissuto, un vissuto di vuoti e immaginazioni, di pieni irrisolti.

L’autore di Low immagina quindi una serie di storie del tutto ipotetiche, una serie di Gherardo (così si chiama quasi sempre il protagonista di ogni episodio, e il reiterarsi della frase “il personaggio principale, che potremmo chiamare Gherardo” è alla lunga l’unica nota stonata, forse alla lunga stucchevole, del libro) che si inventano vite parallele come fuga dal presente, l’immaginario come salvezza.

Un libro quello di Bortolotti carico di spunti e di soluzioni, una volta tanto anche di speranze ben riposte, quelle in una scrittura che riesce ad essere sia alta che perfettamente fruibile anche a un pubblico più vasto, e in una editoria che scommette inoltrando il lettore in territori ancora poco esplorati.

Chi scrive spera fortemente che la speranza venga ripagata.

Dopodiché spegne la luce e con la testa tra le pieghe del cuscino pensa che se qualcuno gli chiedesse un riassunto della sua vita, a oggi, sarebbe una cosa del tipo: un uomo poco sveglio ma dalle buone intenzioni avanza negli anni in un susseguirsi di equivoci; intanto il mondo brucia. Volendolo trasformare nella trama di un romanzo, aggiunge qualche elemento. Un’ambientazione urbana, qualche retroscena più o meno infelice per il personaggio principale, che potremmo chiamare Gherardo, e qualche episodio significativo.