Recensioni

French Jazz Style 3 Swing e cool all’ombra della Tour Eiffel

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Un’inattesa sensibilità

Di conseguenza anche in Francia nasce un’inattesa sensibilità di fronte a questa musica giovane, fresca, ballabile, dunque eccentrica e al contempo funambolica, che coinvolge sia chi ascolta sia chi fa l’hot jazz e poi lo swing: da un lato il critico Hugues Panassié, dall’altro il chitarrista Django Reinhardt con il proprio Quintette, entrambi artisticamente emanati dall’Hot Club de France sono in chiave simbolica il basico french jazz style; il primo si distingue con articoli, libri, conferenze, produzioni discografiche; il secondo quale inventore del jazz manouche (o swing gitan): ma queste sono storie già raccontate (in articoli e libri, ovunque). Da ricordare soltanto che l’alter ego di Reinhardt è il violinista Stéphane Grappelli: dunque chitarra e violino appaiono, quali strumenti solisti, molto più presenti nel french jazz style rispetto ai colleghi americani, secondo una moderna tradizione che si perpetuerà fino a oggi con una schiera di virtuosi eccellenti, da Christian Escoudé a Didier Lockwood.

L’interesse verso il jazz manouche cala ovunque dopo la scomparsa di Reinhardt (Grappelli abbraccerà invece il mainstream), tranne negli ambienti sinti e rom, per tornare alla ribalta solo nei primi anni ’80 quando un ragazzino di 11 anni - Biréli Lagrène - incide l’album Routes To Django, diventando un caso internazionale; lungi da restare circoscritto all’énfant prodige ‘imitatore’, il chitarrista avrà una carriera artistica importantissima: da un lato, sia pur indirettamnente, favorità un vero e proprio revival dello swing gitan in tutto il mondo (persino negli Stati Uniti!), dall’altro spingerà il ‘vecchio’ stile verso inedite soluzioni espressive, fino addirittura a inforcare lo strumento elettrico per avvicinarsi alla fusion (benché i ritorni acustici sia assai frequenti).

Un altro aspetto rilevante sulle origini del french jazz style è la musica che si suona nelle numerose colonie, a partire da quelle antillesi: tra gli anni '30 e '50, trionfa la béguine, di fatto il ‘credo’ jazzistico dei Caraibi francesi, molto popolare tra le orchestre da ballo. Mancando di riconoscimento sociale e in parte economico nella terra d’origine, diversi artisti della béguine della Martinica si trasferiscono nella Francia continentale, dove ottengono successo a Parigi, anche grazie all’eco della grande mostra coloniale (1931), lanciando le prime star dell’epoca come Alexandre Stellio e Sam Castandet sino a arrivare al fenomeno Henri Salvador (vicino però a una canzone swingata cabarettistica) negli anni ’50-’60.

In Francia, comunque, all’epoca dell’Hot Club de France, la popular music in voga è il bal-musette o java, dalle origini forse settecentesche, più volte reinventato, con l’apporto del valzer, del tango e del paso doble: lo stile musette viene accostato al jazz dal fisarmonicista Gus Viseur che suona l’accordéon su ritmi hot e swing, grazie alla frequentazione dei chitarristi manouche: resterà celebre anche per suonare lo strumento nel gruppo della celeberrima cantante Edith Piaf (per la quale si mobilita anche Django in un paio di dischi) e per essere l’unico accordéoniste, assieme a Charles Verstraete, a far parte dell’Hot Club de France. Il bal-musette viene ripreso dai movimenti di folk revival dagli anni ’80 e nel jazz, con impeto moderno, da un altro fisarmonicista, Richard Galliano, per molti critici il maggior virtuoso di questo strumento, anche per i legami con il nuevo tango, iniziato dal suo idolo Astor Piazzolla, ma proseguito in chiave tecno-jazz a Parigi con il Gotan Project. Echi di musette si ascoltano infine nei vocalist del dopoguerra e negli auteurs-compositeurs, le cui canzoni diverranno spesso jazz standard anche nei circuiti americani: Les feullies mortes (Autumn Leaves) in versione strumentale accelerata e in parte La mer (Beyond The Sea) e Comme d’habitude (The Way) su tutte.

Guido Michelone 

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