Recensioni

caduti in un eterno frammento – Luigia Sorrentino

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abbiamo perso tutto
caduti in un eterno
frammento
la prima luce su noi
infuocata ha bruciato tutto

la prima creatura di umana
bellezza è morta, ignota
a se stessa
i popoli appartengono alle città
che li ama
privi di questo amore ogni stato
scheletrisce e annera
la natura imperfetta non sopporta
il dolore

(Luigia Sorrentino, “Olimpia”, Interlinea, 2013)

Questi versi della Sorrentino offrono un ritratto solo in apparenza aspro dell’esistere, così come può apparire la natura nella sua intima essenza, nella consustanzialità di crudeltà e innocenza che la caratterizza: se a una prima lettura possono risaltare lemmi che alludono infatti alla perdita, alla caduta, al fuoco che brucia ogni cosa, alla morte, alla dissolvenza e al dolore, il quadro d’insieme che viene restituito è di grande serenità e commozione di fronte al mistero immanente delle cose e della loro vitalità, di una bellezza fragile e provvisoria, e per questo sacra e pervasiva, di cui la parola dell’autrice si fa testimonianza attenta e millesimata, senza orpelli o alcuna sillaba di troppo.

Già l’incipit, in cui si sentenzia “abbiamo perso tutto”, consente di accedere a un’eternità possibile, per quanto frammentaria: la perdita e l’assenza di ogni cosa, e soprattutto di ciò che non è essenziale, non fa che evidenziare la necessità di sottrazione affinché “la prima luce” del mistero si riveli, nella sua natura al contempo terribile e splendida. Infatti, al di là del significato più evidente di purezza cui può alludere questa “luce … infuocata (che) ha bruciato tutto”, è possibile anche ricordare l’etimo della parola “splendore”, dal greco σποδός, che sta per cenere, in particolare di morti o di vittime arse, propriamente cosa che fu splendente (Fick): il che può anche ricordare l’ideogramma 無 (mu, wu) che rappresenta il nulla che resta dopo l’incendio che consuma il fieno, che “ha bruciato tutto” – propriamente nell’etimo grafico del carattere. Alcuni possibili corollari: lo splendore è istantaneo e provvisorio; lo splendore incendia e riduce in cenere; lo splendore si subisce e non si imprigiona: suggestioni, certo, che possono però collegarsi, pur trasversalmente, ai versi qui presentati.

Nella seconda strofa, con tono icastico, si afferma che “la prima creatura di umana / bellezza è morta, ignota / a se stessa”. Impossibile non riscontrare il parallelismo tra “la prima luce” e “la prima creatura”, in una dinamica del divenire, dello splendere e dello svanire che si ricollega al mistero primigenio dell’essere (e del non essere che ne è parte integrante), ricordandone l’incoscienza originaria, successivamente perduta insieme all’innocenza naturale (“ignota / a se stessa”); e questo non fa che sacralizzare le caratteristiche ricorrenti dell’impermanenza della bellezza, per quanto essa appaia, appunto, transitoria e imperfetta (nell’estetica giapponese, l’unica bellezza possibile è impermanente, imperfetta e incompleta, anche per queste ragioni).

Questo amore, commosso, tremendo e fragilissimo, è ciò che consente di accogliere interamente il mistero del mondo e delle sue creature, è quello senza il quale “ogni stato / scheletrisce e annera” in una condizione che sembra alludere più a un immobilismo, a una degenerazione del divenire, vero contraltare negativo di questi versi: se anche il limite della natura umana impedisce di accettare le dolorose contraddizioni dell’esistenza, come potrebbe suggerire la chiusa, “i popoli appartengono alle città / che li ama”, ed è questo amore, che accoglie senza confini ed incondizionatamente l’essenza di ogni cosa, pur consapevole del suo mutevole abbandono e del suo istantaneo splendore, ad essere il punto di fuoco e l’orizzonte di senso di questo testo, nonostante la testimonianza della necessaria perdita, del dissolversi della bellezza, della frammentarietà della conoscenza e della stessa idea di eterno. Ed è in questa consapevolezza che è possibile comprendere il tono così pacificante e privo di alcuna commiserazione di questi versi: “abbiamo perso tutto”, è vero, ma solo per capire che questa coscienza non può andare perduta, altrimenti, “privi di questo amore”, ci attende solo la stasi ischeletrita del non vivere. Del resto, “innamorarsi” in inglese si dice to fall in love, e il “caduti” del secondo verso, forse involontariamente, sembra confermare questa lettura.

Mario Famularo

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