Recensioni

«Giocavo a essere uno dei miei me stesso»: la scandalosa vita di Maurice Sachs. II

«Giocavo a essere uno dei miei me stesso»: la scandalosa vita di Maurice Sachs.
 

di Lorenzo Gafforini

«Bisogna definire bene il suo spirito
nella sensibile, sensibile luce
di una vecchia festa principesca
i cui fuochi sono al di fuori dello Spirito.»
A. Artaud, Festa di reggenza

continua [...]

Crudele cinismo, crudele ironia.

Sachs cade vittima delle sue stesse atrocità. Un uomo apparentemente signorile, capace di rivolgere ogni situazione a suo vantaggio fino al punto di non ritorno. Eppure l’Autore è e rimane cosciente del proprio stile di vita dissoluto, senza mai rinnegarlo totalmente. La crudeltà di Sachs si applica grazie all’indifferenza e all’opportunismo. Per citare Artaud: «Non si ha crudeltà senza coscienza, senza una sorta di coscienza applicata». D’altro canto, per proseguire il discorso con la Prima lettera sulla crudeltà: «È la coscienza a conferire l’esercizio di qualsiasi atto della vita un colore di sangue, una nota crudele, poiché è chiaro che la vita è sempre la morte di qualcuno». Sachs impone la sua personalità prevaricando quella degli altri. Però è normale che una vita contraddistinta dagli eccessi porti l’Autore a momenti di temporaneo sconforto. Spesso in Una valigia di carne Sachs si abbandona a una serie di domande retoriche. In un passaggio patetico, ma anche estremamente ironico leggiamo: «Ma che fare? Che fare? Avrei voluto gettarmi in un abisso che si richiudesse su di me. Lo psicanalista, qualche mese prima, m’aveva detto: “Sei come l’aragosta che si nasconde sotto una pietra durante la muta e aspetta che il carapace s’indurisca prima di uscire”. Ma dove nascondermi? Con che cosa? L’appartamento di rue de Rivoli mi faceva orrore (termine del diario di Stendhal nei casi estremi). Mi sentivo prigioniero di tutti, e come sfigurato ai miei propri occhi».

Parentesi d’amore.

In questa estrema desolazione sussistono, però, parentesi intime. L’amore carnale e le affinità elettive affiorano, regalando le pagine più toccanti e suggestive dell’intera opera. Il cinismo grottesco di La chasse à courre viene per un attimo sospeso. Come scrive Castronuovo: «Lineari e trasparenti sono invece i momenti dell’amore omosessuale, che sboccia in pochi attimi, come fiore di prato, lungo passaggi lirici che riscattano lo spudorato Sachs». L’Autore prova una passione incontrollabile; la sua verve sembra solo arginata dalla scelta curata di alcuni termini. Un’interpretazione degna delle più acute e ponderate poesie erotiche di Verlaine: «Dormite, innamorati! Mentre intorno a voi / il mondo disattento alle cose delicate / fruscia o giace in torpori scellerati, / senza essere neppure, che balordo! geloso».

L’eterno conflitto.

L’opera di Sachs è il ritratto di un’epoca. Un documento indispensabile per capire un mondo tramite l’acuta e spregiudicata visione di uno spettatore d’eccezione. Le avventure dell’Autore intrattengono sì, ma volutamente riprendono anche una visione morale. Consapevole della sua dissolutezza, Sachs si fa portatore principale della sua causa: evadere dai conflitti del mondo con l’egoismo. Vivere per se stessi completamente e con abnegazione porta a uno sposalizio con il male. Per capire il male, tuttavia, bisogna essere coscienti anche del suo contrario. Ma in un’epoca così turbolenta, come gli anni Quaranta, qual è la linea di demarcazione? Sachs si aliena dagli orrori per poter continuare la sua opera letteraria. Ogni sotterfugio sembra finalizzato a collezionare aneddoti per future opere o, piuttosto, per garantirgli un’apparente agiatezza economica per continuare a scrivere. L’Autore con la scrittura si purifica: paradossalmente esplicando le sue colpe ne esce, almeno in parte, redento. Il lettore, come una sorta di confessore, trae compiacimento dalla sua corruzione morale. Sachs non insegna, semplicemente parla e con le sue scorribande non può non incuriosire anche lo spettatore più insensibile. Per riprendere le parole di Gadda sull’opera di Genet, così affine a Sachs: «Pratico però, è ovvio, il culto dei confessori, dei martiri: e, in appendice, una certa indulgenza verso i dissoluti, materiale didattico per la scuola di virtù. […] Tutti i colpevoli, tutti i peccatori, sono dunque necessari alla definizione della colpa, della non colpa: e alla conseguente pratica del bene, e al ripudio del male. […] Il “bene” si separa dialetticamente dal “male” attraverso le disgiunzioni operate ed espresse dalla storia, vale a dire da un’esperienza. […] Si può affermare che quand’anche sviscerati (polarizzati), necessariamente coesistano: come siero e grasso, dal latte, che la centrifuga disgiunge».