Approfondimenti

intervista a Giorgia Tribuiani

Giorgia Tribuiani ha scritto la storia di un’ossessione, la cronaca di un corpo a corpo col proprio io e con la raffigurazione di se stessi, attraverso una scrittura nervosa, che ricrea il parlato interno, tutto mentale, di una ragazza che soffre di sindrome ossessiva-compulsiva.
Ma Blu, uscito per Fazi a marzo, tratta non solo di come ci si possa rapportare con la rappresentazione del proprio vissuto, ma anche di arte, nello specifico di arte performativa.

Abbiamo posto alcune domande all’autrice:

D: Blu è a mio modo di vedere una naturale prosecuzione del tuo primo romanzo, Guasti, che anch’esso ruotava, in modo ovviamente differente, intorno al mondo dell’arte. Cosa ne pensi?

R. Sono assolutamente d’accordo: Blu riprende, approfondisce e arriva a esasperare tutti i discorsi iniziati con Guasti, tanto che più volte ho pensato che se non fossi passata per Guasti non avrei potuto scrivere Blu.
Se nel primo romanzo mi interrogavo sulla possibilità, attraverso l’arte, di trasformare il dolore in bellezza, con il secondo entro nel cuore di questo processo, ne cerco la genesi, racconto la lotta di chi prende le proprie paure e le proprie ossessioni per provare a farne qualcosa di bello o di utile, correndo ogni volta il rischio che sia l’ossessione ad avere la meglio (come in un certo punto del romanzo sembra accadere alla mia protagonista Blu).
Torna, inoltre, la presenza del corpo (e della materia) come veicolo del discorso artistico.

D: Durante la lettura del tuo romanzo ho riflettuto molto su come un artista, non solo nello stretto significato di colui che crea arte, ma anche secondo un senso più largo e comunemente adottato (è artista un cantante, un romanziere, un musicista?) rischia di essere enfatizzato, idolatrato, scolpito nell’immaginazione, da chi fruisce arte (chi legge un libro, chi ascolta musica). Ovviamente la protagonista di Blu compie quest’operazione perché sofferente di un disturbo psichico, ma credo che il rapporto artista/fruitore meriti un approfondimento: Blu è ossessionata dalla figura di un’artista di performance art – una forma di arte già di per sé abbastanza discussa, che divide chi ne usufruisce – e non si limita a conoscere di più della forma di arte coltivata dall’artista in questione, ma vuole conoscere anche il privato dell’artista. Non so se sia un’ossessione comune, tipicamente contemporanea – la vita di un artista non si può scindere dalla sua opera - o se pensi invece che i due piani debbano essere separati.

R. Parto da una premessa: per il mio modo di vedere, l’artista dovrebbe prendere a piene mani esperienze, paure, ossessioni dal proprio vissuto durante il momento di gestazione artistica, magari usando la materia autobiografica come materia prima, solo a patto di accettare, poi, di scomparire. Dovrebbe sempre servire il testo, non metterlo al proprio servizio; dovrebbe – parafrasando David Foster Wallace – far parlare la parte che ama invece che quella che vuole soltanto essere amata.
Se un autore riesce in questo, se ha la forza di “scomparire” nell’opera, io credo sia giusto, da parte del pubblico, vederlo come cosa “altra” rispetto alle sue opere.
È chiaro, poi, che questo è un discorso ideale che può avere varie complicazioni e varie postille: è comprensibile, per esempio, che non ci si aspettino azioni discriminatorie da parte di un autore impegnato socialmente contro le discriminazioni.

D: Questa è una storia profondamente femminile, sia nel personaggio protagonista che nelle figure secondarie; nel libro fra l’altro vi sono pochissimi uomini (il padre della protagonista e il fidanzato della stessa). Che idea ti sei fatta riguardo alla politica dei generi, anche in ambito letterario (penso ad esempio anche a una recente polemica sulla legittimità o meno di una traduzione di versi della poetessa Amanda Gorman).

R. Personalmente non credo moltissimo nella distinzione tra storie femminili e storie maschili; tra scrittura femminile e scrittura maschile.
Per fare due esempi diversi tra loro: la scrittura rosa viene vista come prevalentemente femminile, ma uno dei più famosi autori di bestseller rosa al mondo (forse il più famoso?) è Nicholas Sparks; la scrittura dell’orrore viene vista come prevalentemente maschile, ma uno dei più iconici personaggi del genere horror è nato dalla penna di Mary Shelley.
Ci sono, questo sì, delle tendenze, dei trend. C’è sicuramente anche la possibilità che autrici e autori, in alcuni casi, trovino più immediato scegliere personaggi a loro somiglianti: per me è stato immediato scrivere di una Blu donna, e forse in questo ha giocato un ruolo anche la mia maggiore conoscenza del periodo adolescenziale femminile, ma credo che anche questa non sia una regola; il protagonista del mio prossimo romanzo, per esempio, è un uomo.

D: Confesso che durante le prime pagine del tuo libro, ho subito uno spunto, una piccola illuminazione su un meccanismo di scrittura. Ti è mai capitato di leggere un passo di un’autrice o di un autore e riceverne indirettamente un suggerimento improvviso riguardo a un passaggio del libro che stavi scrivendo?

R. Sì, assolutamente, è una cosa che mi accade spesso quando sto lavorando a un romanzo: leggo una scena e mi viene in mente un’altra immagine; apprezzo una torsione sintattica e realizzo come potrei scrivere un determinato passaggio.
Questo, con Blu, mi è accaduto diverse volte – per esempio ho visualizzato immagini del romanzo leggendo Infinity Net, autobiografia di Yayoi Kusama, ma anche mentre studiavo il bellissimo saggio sulla performance art Io sono un’opera d’arte, di Ilaria Palomba – e non solo con i libri: la costruzione di alcune scene in cui realtà e immaginazione si fondono, per esempio, è nata dalla visione delle opere di David Lynch: la Stanza delle Punizioni di Blu è in qualche modo figlia della Loggia Nera di Twin Peaks, e non perché funzioni allo stesso modo ma perché nella mia mente è nata mentre osservavo la creazione di Lynch.

D: Durante la lettura di Blu mi è capitato di riflettere sul senso del peccato: la società, la nostra cultura, ci fa apparire un’azione come qualcosa che non va fatta, un incidente da cui redimersi. La protagonista lotta in modo viscerale contro sé stessa, contro una porzione del proprio Io che chiede sempre più spazio. Cosa pensi a riguardo.

R. Ti ringrazio moltissimo per questa suggestione perché il tema mi è particolarmente caro. Ogni volta che ci rifletto mi viene da pensare a Kafka, al concetto secondo cui “la punizione precede la colpa”.
Blu, la mia protagonista, non ha vere colpe: le colpe si materializzano nel momento in cui, confrontandosi con il modello di “brava ragazza” che le hanno trasmesso, sente tutto lo scarto che c’è tra questa proiezione ideale e se stessa, e si punisce con il proprio giudizio, con una sproporzionata richiesta di espiazione. Questo, ovviamente, diventa tanto più forte quando il giudizio viene esteso ai pensieri: la rabbia, il dolore, la gelosia – tutti i sentimenti di cui ci si vergogna, ma così fisiologicamente umani – vengono soffocati da Blu, che tuttavia, non lasciandoli uscire, tenendoli al contrario compressi dentro di sé, diventa custode di un doppio sempre più difficile da gestire.

D: Sei, possiamo dirlo, un’orgogliosa allieva di Giulio Mozzi, e tu stessa insegni scrittura. Come questo tuo nuovo mestiere – insegnare un’arte – ti ha cambiata – se lo ha fatto – e come ha cambiato, inevitabilmente, anche la tua scrittura? E ti è capitato di essere influenzata tu stessa dalla scrittura di una allieva o di un tuo allievo?

R. Insegnando scrittura creativa mi trovo ogni giorno a riflettere su trame, strutture, voci narranti, scelte sintattiche e lessicali: in questi ultimi anni ho sviluppato sicuramente moltissimo la lettura in profondità e l’attenzione a tutte le parti del testo, e questo è sicuramente un gran bene anche per la mia stessa scrittura.
Per quanto riguarda invece le influenze, la cosa che più mi sforzo di fare è di mantenere scollegate le mie immaginazioni e quelle degli allievi che mi trovo a seguire, così da non portarli in un mio territorio ma condurli verso i loro. Credo sia la prima cosa che ho dovuto imparare quando ho cominciato a lavorare per la Bottega di narrazione: Giulio Mozzi ha più volte detto che durante le discussioni si trasforma in una sorta di “emulatore”, di un organismo in grado di replicare il modo di ragionare degli allievi all’interno del loro immaginario: ecco, non credo ci sia metafora migliore di questa.

D: In Blu la scrittura, per quanto sorvegliata, è comunque dettata, comandata dal disturbo di cui soffre la protagonista, è una scrittura governata dalla nevrosi (penso anche all’uso che fai delle parentesi per darne voce). Com’è stato scrivere così?

R. “Una scrittura governata dalla nevrosi” è un’espressione molto azzeccata: desideravo infatti che a raccontare questa storia fosse proprio il disturbo ossessivo-compulsivo; volevo fare dell’ossessione la voce narrante.
Questo tipo di disturbo è caratterizzato da continui pensieri intrusivi (che appunto ho rappresentato da un punto di vista stilistico attraverso l’uso delle parentesi, e quindi delle immaginazioni e delle parole che queste contengono) e dalla necessità di scongiurare eventi terribili attraverso l’uso di rituali obbligati: in questo secondo caso ho trovato che l’uso della seconda persona, permettendomi di passare facilmente dal modo indicativo (“Scendi le scale”) al modo imperativo (“Scendi le scale!, o accadrà qualcosa di brutto a tua madre”) facesse particolarmente al caso mio.
Scrivendo in questo modo intendevo portare il lettore direttamente nella mente di Blu, e di certo in quella mente ci sono finita anch’io: durante la prima stesura, in alcuni momenti, non riuscivo bene a capire dove finissero le ossessioni e le immaginazioni di Blu e dove iniziassero le mie; c’è stata una vera e propria identificazione, e ho tirato una bella boccata d’aria dopo il punto finale.

E sei d’accordo con lei, non c’è proprio alcun motivo per cui il mondo debba continuare a somigliarsi, il sole a sorgere, o una metro ad arrestarsi ad Anagnina.

    

L’intervista a Giorgia Tribuiani è di Giuseppe Rizza.