Approfondimenti

Corrispondenza Camus - Casarès 11

Venerdì ore 15:00 [10 febbraio 1950]

Ieri non mi hai scritto. E oggi questa giornata, fuori così bella, è avvelenata. È oggi che avevo bisogno della tua lettera. O piuttosto la sua assenza mi rende evidente quanto mi sia necessaria ogni giorno.

Capisco, ovviamente. Tutta questa carta, le parole che ricominciano sempre, che fatica, vero? Ma vorrei tanto che tu non ti allontanassi. Prima, triste, un po’ frustrato, stavo cercando di immaginare un futuro senza di te. Ti supplico, mio caro amore, qualunque cosa accada, non lasciarmi mai. Fai quello che vuoi, sopporterò tutto da te, ma sii mia. Quanto ti dico è molto serio e meditato a lungo: il legame che mi stringe a te è ormai quello della vita stessa. Se si interrompe, è agonia e follia. Sottolineo quello che scrivo molto freddamente, con la certezza di chi ha sperimentato quello che dice.

Farai questo per me, vuoi? Metti da parte questa lettera e se un giorno ti verrà la tentazione di lasciarmi, rileggila. Ti dirà la verità che un giorno scoperto con terrore; che, nonostante quello che credevo di essere e malgrado come sono fatto, non sono niente senza di te – se non un egoismo disperato e ormai sterile. Tu sei la vita e ciò che mi lega a lei. Io devo a te un nuovo essere in me o piuttosto quello che ero veramente e che non era mai nato. È perché tu mi appartieni assolutamente e per sempre, come una madre appartiene a colui che ha creato. Non sono pazzo a dirtelo. Sono io, quello che conosci, quello trasparente, lucido, che ti parla. Il sangue che un giorno ci siamo scambiati per ridere significa esattamente questo: unione indistruttibile. E uno dei significati dell’unione indistruttibile è che se uno si allontana, l’altro entra in agonia. Quello che ci lega non sono rêverie o convenzioni, sono il sangue, la creazione dell’uno dall’altro, e la carne. Sono legami da non rinnegare a se stessi perché non si trovano che una sola volta nella vita. Sono legami che non si immaginano finché non si conoscono. Ma quando li troviamo finalmente, lo sappiamo, come lo so io che fino a quel momento non avevo né conosciuto né vissuto nulla. Sappiamo di avere scoperto uno dei più vecchi segreti della vita e che questo merita il dolore di nascere e di crescere. Se tu non lo senti come lo sento io con la stessa forza inevitabile, la stessa precisione e la stessa chiarezza, allora sarò il solo a morire. Se invece lo senti, tutto è salvo, e noi ci apparteniamo.

Perdonami questa lettera. L’assenza della tua mi hai fatto guardare all’avvenire e ti dico solo ciò che ho visto. Quando rientrerò a Parigi, è questa unione che consacreremo. Io ho sete, una terribile sete di felicità. Dimmi solamente che la pensi come me, che sei mia per sempre come io sono tuo, vale a dire incondizionatamente, e allora vivremo lontano dalle parole dagli scrupoli e dai lutti, dei giorni di felicità vertiginosa. 

[...] 

A.

Ma scrivi, scrivi, te ne supplico. Lo senti tu, senti bene come ti amo?

Parigi il 23 [giugno 1949] sera

Non è la prima volta che ti scrivo dopo la tua partenza e ormai ti ho raccontato tante cose, ma tu non le saprai che… tra un po’. Ho avuto coraggio, tanto coraggio fino a sera. Io e Pitou abbiamo camminato molto quando ci ha lasciato e mi serviva davvero coraggio. Ero completamente annientata, addormentata dentro alla conchiglia che mi ero costruita per resistere. Soltanto al rientro, tutto ha finito per cedere. Ma ho resistito ancora, ancora, fino al letto - là tutto è crollato improvvisamente durando a lungo.

Stamattina, mi sono nuovamente svegliata in uno «stato di morte», nell’astrazione, nel niente, ma a poco a poco, tutto mi ha ricondotto a te, ho ripreso un po’ di vita, a tratti, come pizzicata.
Sono rimasta a lungo distesa sotto il sole. Non so perché non ho smesso di pensare a Verdelot. Il sole, il terrazzo, forse, o forse tu, lontano. Verdelot. Può essere che tu non abbia affatto ragionato col cuore. Per questo c’è qualcosa di vero nel tuo disincanto; qualcosa che ora non c’è più ma che c’era in quel momento, quando ho preso la mia decisione, accettando di non raggiungerti, un pizzico di frivolezza che oggi è svanita. Quella parte di spensieratezza che avevo ribattezzato “d’amore mitico” non ha più senso alcuno.

La tua presenza, tu stesso, il tuo corpo, le mani, il tuo viso, bello, il sorriso, i meravigliosi occhi così chiari, la voce, la tua presenza accanto a me, la testa appoggiata sul collo, ecco tutto quello di cui ora ho bisogno.

Qualcosa di te, il tuo messaggio di stasera, ah se mi ha causato gioia e dolore, ma l’ho baciato senza sapere perché, senza letteratura, senza romanticismo, quasi con desiderio perché veniva da te e potevo toccarlo.

Nel frattempo, amore mio, provo a farmi coraggio e ad avere pazienza — penso che il mese più duro sarà luglio. Sarà il primo, quello in cui è difficile rinunciare alla speranza e nel quale non avrò notizia alcuna, ma ti assicuro, sarò tutta intenta a sperare nella tua prima lettera. Questo farà passare il tempo.

Quanto al dolore, va bene, non ti preoccupare. Mi sento così vuota e triste in questo momento, senza nulla di tuo, neanche una cosa, gli amici, niente, mi sento così piena di tutto questo amore di cui mi hai lasciato la responsabilità, così piena e ricolma che soffoco e muoio aspettando il momento in cui mi verrai a liberare. Forse, al tuo rientro, mi troverai addormentata, abituata alla morte, e inanimata. Avrai dentro di te la forza sufficiente a risvegliarmi? Sarai capace di essere ancora il mio Principe azzurro?

Nell’attesa non dimentico che il tuo ritorno mi è necessario e mi sento riavere, tranquilla, in salute, riposata, felice. Abbi cura di te, amore mio. Abbi cura di te come mai prima. Questa è la prova d’amore più grande che potessi donarmi. Vedi? Non ho fame oggi e se, a mezzogiorno, non sono riuscita a tirar giù niente (arrivo anche a saltare il pasto), la sera mi sono rimproverata da sola e ho mangiato come si deve.

Ora è tardi e vado a dormire; eppure mi è difficile lasciarti. È molto che ti scrivo (vedi il diario), ma l’idea che sia l’ultima lettera prima del muro, della solitudine, mi strazia al punto che…
Che fare per farti sentire il mio grido d’amore e per far sì che un eco risuoni da questo mio oceano fin quando passerai dall’altra parte per raggiungermi, svelto, con la tua scrittura amata.[...]

M.
 

      20 settembre 1949

 

Labiche ha telefonato a P[aul] per dirgli che sei stato trattenuto da una forte influenza. In questo momento P[aul] è di sotto che cerca di chiamare Chambon per avere notizie.
Avevo appena ricevuto il messaggio che mi annunciava il tuo arrivo per stasera e ti confesso che la notizia mi ha scossa fortemente. Sembra che all’improvviso per tranquillizzarmi, tu non mi dica tutta la verità sul tuo stato di salute, dopo che hai lasciato Parigi. Non so più che fare né cosa dire. Scusami, sono abbastanza sconvolta. Penso sia più saggio che prima di andare avanti, aspetti l’esito della telefonata di P[aul]. 

 

7 novembre 1949

Amore mio. Mezzanotte è passata.
Buon compleanno, tesoro.

V

Nonostante la lontananza, nonostante quello che il destino a breve ci apparecchia, nonostante tutto e tutti, che stasera mi si lasci in pace: sono felice.
Sono qui in mezzo al nostro disordine e tu sei dappertutto intorno a me. Fa bel tempo in questa piccionaia e l’aria sa di paradiso.
Credo in te e se ho potuto dubitare del tuo amore, perché stanca e confusa, il pensiero che tu avessi potuto mentirmi non mi ha mia sfiorato.
Sono solo tua, e so che mai nulla cambierà questo mio sentimento per te.
Stasera, mio caro amore, ho un viso che vorrei avere spesso. È pieno. Grazie, amore mio. Nessuno al mondo è mai riuscito a farmi avere un tale aspetto.
Ti amo. Ti amo con tutta la mia anima, con tutte le mie forze. Vorrei averti qui con me per affrontare insieme il nuovo anno che si avvicina.[...]