Approfondimenti

Capitolo IV

C’è stato un tempo in cui giocavamo ai dottori, anzi agli psichiatri. Io nel ruolo di me stesso, Amato invece si faceva chiamare Vannini, dottor Nedo Vannini. Mi avevano detto di assecondarlo e che questo poteva essere un gioco terapeutico per farlo tornare in sé. Ma davvero era sulla via della pazzia? Non credo, però, nel dubbio, gli avevo allestito un bell’ambulatorio tutto bianco nel mio garage sotto casa, a cui si accedeva da una porticina laterale col vetro smerigliato, come si addice a un vero ambulatorio. Lo andavo a prendere in macchina, poi scendevamo ed entravamo nell’ambulatorio. Gli dicevo:
 

Senza titolo

- Le piace il suo nuovo ambulatorio, dottor Vannini?
- Mi piace. Due dottori e una capanna.
- Sì, siamo due ottimi dottori, non posso negarlo.
- Ma ora che cosa ci facciamo qui?
- E’ una bella domanda. Mi sembra di essere nel Limbo. E’ davvero tutto bianco, tutto asettico. Ci sono solo le nostre voci. In tutto questo biancore, io non la vedo mica.
- Si sta bene però. Cerchiamo di non fare troppo rumore, e soprattutto stiamo bene attenti che non entri qualcuno. E’ lei, dottor Trasciatti, che ha le chiavi dell’Astanteria. Mi raccomando, allontani, con un semplice gesto della mano, chiunque voglia entrare.
- Sì, si sta bene, questo limbo è un paradiso fermo, senza il rumore delle sfere celesti, né luci, né colori, si sta proprio bene. Però non me la sento di chiudere a chiave, godiamoci questo parlatorio silenzioso, questo bianco latteo di uovo, l’uovo è perfetto, lo sa bene anche lei, e il latte di gallina molto vicino alla perfezione. Mi sembra quasi di parlare come lei, non so se è una bella cosa. Comunque voglio purgarmi, qui mi sento decantare, i bruscoli del cervello vanno a fondo e resta un’acqua chiara, un anice.
- Ah, un vero paradiso, speriamo che non se ne accorga nessuno.
- Caro Vannini, nell’ultimo periodo della mia vita, voglio dire in questi ultimi tempi, sono stato molto in giro per le città umbre, per i paeselli francescani, ho dormito anche in una celletta a strapiombo su una vallata verde, e poi scendevo giù al bar a bere dei bicchierini di Varnelli. Ora, lei non credo che conosca il Varnelli, è un anice, appunto, ma un anice secco, non dolce come la sambuca, che poi non credo sia fatta con l’anice ma con gli ossi cavi del sambuco. Ebbene questi bicchierini di Varnelli mi davano delle visioni francescane, molto purgative, degli animali che parlavano, dei lupi buonissimi, dei girifalchi che allattavano le colombe pasquali. Poi tornavo nella mia celletta strapiombante, risalivo la china rocciosa e mi acciambellavo nella nicchia. Ho dormito molto grazie al Varnelli. Glielo consiglio vivamente.
- Io lo conoscevo un Varnelli. Abbiamo dato insieme un esame di psicopatologia dello spirito col professor Burchielli. Andò benissimo. Mi ricordo che festeggiammo con una pizza da Chimenti. Poi disquisimmo a lungo sulla cottura chimentiana del calzone. Una cosa davvero particolarissima. Anche la pizza la cuocevano così, da tutt’e due le parti...

Potevamo continuare così per delle ore, ma ci davamo dei limiti, anche perché Amato non poteva fare tardi, doveva rientrare a casa quando scadeva il tempo concessogli da Adelaide e che non si protraeva mai oltre il calar del sole.
Un giorno, tuttavia, ci dilungammo un po’. La rituale telefonata di Adelaide che richiamava il marito al suo ferreo ordine non arrivava e noi continuavamo nelle nostre innocenti disquisizioni terapeutiche, ammesso che lo fossero. Verso l’ora di cena decidemmo di rientrare, eravamo anche leggermente preoccupati. E a ragione. Quando arrivammo a casa di Amato, il quartiere era circondato da autoambulanze e auto mediche lampeggianti, la porta di casa spalancata, una quantità di barellieri che andavano e venivano. Restammo sull’uscio e chiedemmo ansiosamente informazioni. Adelaide era stata sommersa da un’onda di acqua bollente che si era tirata addosso scolando la pasta. Non ci fu dato di vederla. Il corteo di ambulanze partì a sirene spiegate e noi restammo lì, come stoccafissi. Poi entrammo in cucina. C’erano spaghetti ovunque. L’acqua copriva il pavimento. Adelaide aveva cotto in un mastello una quantità smisurata di spaghetti prevedendo la mia fame. Sul fornello ancora bolliva l’uovo sodo per il marito. In una zuppiera di vetro brillava un chicco d’uva. Mi offrii di accompagnare Amato al pronto soccorso per rivedere la sventurata consorte. Dopo un lungo tergiversare dovuto a non so quali considerazioni, Amato accettò. Così partimmo, raggiungemmo il pronto soccorso. Facemmo in tempo a intravedere Adelaide su una lettiga che veniva spinta in qualche reparto. Ci rassicurarono sulle sue condizioni. Lei ci salutò appena con un gesto della mano. Era comunque sopravvissuta agli spaghetti bollenti, anche se il recupero sarebbe stato lungo e doloroso.