Approfondimenti

Camus - Casarès 28

Oggi 17 giugno [1956] L’Aia

 

Signore mio caro,

sono andata al mare in cerca dei colori di Ruysdael ma non ci sono riuscita. La buona volontà non è bastata a guardare attraverso la pioggia fitta che formava una cortina d’intensità variabile tra me e il paesaggio. Testarda come ogni buon galiziano e in uno stato di straniamento amoroso, ho tenuto duro aspettando… sulla sabbia… senza neanche un ombrello e a piedi nudi. Ahimè. Un olandese in uniforme voleva cacciarmi via. È venuto fin lì, si è fermato, poi dopo ha proseguito. Alla fine è ripassato e si è fermato un’altra volta, stavolta per davvero, borbottando qualche barbaro suono che aveva l’aria di essere un invito gentile. Io lo guardavo impassibile, con il mare ingoiato dal diluvio davanti a noi. Ancora qualche gorgoglio e poi si è seduto ai miei piedi. La pioggia in quel momento è triplicata d’intensità. Sono venuta via ma ho avuto il tempo di notare una cosa che mi ha fatto pensare: quando qui il cielo è nero, piove poco o almeno non dura molto; solo quando è bianco e vagamente luminoso si aprono le cateratte del cielo sull’Olanda. Che cosa strana!

È successo ieri, come ti ho già detto. Anche il viaggio. Il primo tratto fino a Bruxelles, l’ho fatto con [George] Wilson, uomo davvero affascinante. Dopo Bruxelles, su richiesta di Monica, sono andata in macchina con Vilar, che era nervoso e irritabile. Da parte mia, non ho avuto troppo di cui lamentarmi. Abbiamo mangiato tutti e quattro lungo la strada, quando eravamo già in Olanda, e siamo arrivati a L’Aia alle 3. Le prove cominciavano alle 4. Il resto della carovana era già arrivato quando noi quattro siamo giunti in città, su due vetture, senza conoscere l’indirizzo né il nome del teatro dove dovevamo andare e naturalmente senza saper dire neanche «sì» in quella lingua. Dopo lunghi e penosi tentativi, abbiamo trovato una persona che parlava francese e che sapeva, lui sì, dove dovevamo recitare. Ce lo ha gentilmente indicato e ci siamo rimessi in cammino finché all’improvviso è comparso un gigante in uniforme su una moto «Posso aiutarvi, prego? Polizia». Gli abbiamo spiegato la cosa, in sé di poco conto, che ci eravamo persi e poi fermati per… lo sai. «Seguitemi, per favore!» e senza darci neanche il tempo di batter ciglio, si è messo davanti a noi facendo segno di andargli dietro. Ci ha voluto accompagnare fin là. Ecco com’è che è andato il nostro ingresso indimenticabile in questa ridente cittadina. Scortati da un agente della polizia stradale abbiamo attraversato L’Aia, con il traffico che strombazzante, scoppiettante e gesticolante si fermava mentre passavamo. E noi andavamo, andavamo come il corteo della regina. Ahimè! Mezz’ora dopo, ancora strombazzanti, scoppiettanti e gesticolanti ritornavamo indietro: il nostro buon gigante non aveva capito nulla e ci aveva scortato fino al museo delle città.

Risultato: siamo arrivati tardi alle prove e non siamo riusciti neanche a cenare prima dello spettacolo.
Morale: le gentilezza nuoce quando è troppa.

Oggi, sono a Scheveningen da sola. Sono andati tutti a fare le prove per lo spettacolo di Rotterdam. Mi era venuto in mente di sentire un concerto nella hall dell’albergo, ma fanno Prokofiev. Preferisco approfittare di questa giornata tutta mia per leggere Tchekhov e andare a dormire il prima possibile. Mi sarebbe piaciuto molto passeggiare ancora in spiaggia ma aspetta!… Sì, fuori piove sempre, anche ora.

Avevi una voce nitida, dolce e buona al telefono. E c’era come un filo di nostalgia che a sentirlo mi ha scaldato il cuore. Ah! sì, che meraviglia quando si ama. Sto bene. L’aria di mare mi purifica e mi sento libera di godermi il viaggio perché non è poi così lungo. Ti amo, sono felice e non ho che un desiderio: che tutto questo possa durare sempre. Spero che mi sentano, Lassù.

Scrivi senza indugi, amore mio. Non farti troppo assorbire dalla gente di Parigi. Domani ti farò sapere in quale albergo di Amsterdam sarò così, mi potrai mandare due righe con le ultime notizie su La Chute. Vilar mi ha detto che in Svizzera va benissimo. Fammi sapere anche come vanno i primi spettacoli su Faulkner e la reazione di Tatiana davanti al muro!

Io invece continuo a fare la suora di carità o se preferisci il medico dell’anima; ma la cosa non è facile!

Se hai un momento, prova a leggere la pièce di Cossery.

Ti amo.Ti amo. Non ti allontanare troppo da me anche se lo fai per sentire meno la distanza. Un bacio ad Angeles. Un pensiero caro per V.
Ti bacio in stile mediterraneo.

M.V.

Mi domando come fanno i bambini qui, che piove sempre. Ah! e gli alberghi: le camere con due letti stretti e il bagnetto. Sono gentili, ma la comodità vera… passiamo oltre che è meglio!

11 settembre 1957

[…] Sole, qui, zero. Da cinque giorni, pioggia, vento, nuvole, ininterrottamente. Non mollo mai i ragazzi che divorano tempo ed energia a forza di giochi, pasti a orari fissi, e sonnellini. Ora capisco come le madri di famiglie numerose abbiano sempre quell’aria un po’ idiota e macilenta. È il mio aspetto attuale.

Non lavoro e leggo a malapena e ancora solo romanzi di fantascienza, cercando di capire come funzionino. Impossibile anche pescare perché i piccoli pescano con me: annodano le lenze e le devo sbrogliare io e ci vogliono una o due ore a seconda delle complicazioni. Ho anche pescato, e per fortuna senza dubbio, un piccolo legnetto.

Sono, tuttavia, felice di averli con me, e sono pronto a lasciarmi divorare.

Solamente la sera, quando vanno a letto, mi metto a riflettere e arrivo a misurare il mio sfinimento e impotenza attuali.

Spero che il sole tornerà almeno per i dodici giorni che ho ancora da passare qui. Ho un desiderio puerile di luce, e l’idea totalmente gratuita che aggiusterà tutto. […]

Domenica 17 settembre 1957

 

[…] Qui continuano le piogge e le giornate sono molto lunghe, perché devo occuparmi senza tregua dei bambini, il che mi lascia poco tempo per me.

Sono sommerso da piccoli giocattoli, da elementi di barca o di aerei; mi occupo dei loro pasti, del loro letto e dei loro intestini. Mi innervosisco di tanto in tanto ma mi trattengo e mi applico all’esercizio della pazienza perfetta.

Tra una settimana, al momento di rientrare, sarò un santo.

La sera, dopo averli coricati, leggo e rifletto un po’, per trovare la concentrazione necessaria a un nuovo inizio nel lavoro e se posso, lo spero, vorrei sperare al mio ritorno di essere più sensibile, più fecondo. Ma la verità è che soffro di insensibilità.

Ho deciso, in ogni caso, poiché la mia memoria in parte è già andata, di tenere un diario il più preciso possibile. Non so quando inizierò; ma lo farò. Aiuterà la concentrazione e anche a nutrire l’immaginazione. […]

Venerdì 20 settembre 1957

 
[…] Il bilancio di questi quindici giorni è negativo, eccetto per quanto riguarda i miei bambini che hanno un’ottima cera. 

I rapporti con i miei figli sono difficili, in parte a causa della mia mancanza di pazienza. Ma hanno davvero una natura particolare oppure io mi ci riconosco in troppe cose. […]

traduzioni a cura di Diego Bertelli e Paola Silvia Dolci