Pizzi Marina

3.
tutti piangono da vicini di casa
con la canicola sul collo della colpa
per l’arrivo del gerarca che sentenzia
gerundio a tutto campo per le pene.
in pace con lucertole già rincorse
si salvano i bambini puritani
innocenti senza rane nei barattoli.
qui il plurale delle nebbie sono anime
a capofitto linciate dagli stenti
per rendere cicalate le vendemmie.
tante le penne che non servono più a niente:
scrivo al computer con voracità d’impotenza
l’ebbrezza del servo che si senta libero
solo perché la faccenda è multipla.

7.
nessun domani ignori se stesso
è il passato il dubbio. la quarantena
vizza del rondinino storpio
dentro il nido piissimo delle cimase
chissà qualora uno stridio benefattore.

13.
un eremo m’infesta la salute
mordo il crisantemo che mi sceglie
con scaglie ridanciane per uccidermi
contro la festa d’asilo di bambini
felici illetterati. con il filo spinato per bracciale
ingorgo la mia vita traumatica
mentore il sangue che non mi vuole bene.
tra treccine di braci vado a lungo
lungo il fiume per salvarmi l’anima
l’acqua migliore non saprà lavarmi
dai chiodi stonati delle labbra.
la lezione del vicolo se la ride
di me da sempre intenzionata al lutto
alla frode di strapparmi il cuore.
invece di coriandoli lamento
la lira che canzona la mia pace
sotto il circuito di lavarmi il viso
con il colera degli altri che sono tragici.
sbatte la persiana sulla collina fatua
vendetta che da anni si ripete
appena giungono le rondini di pace.
sono martirio e avanzo di me stessa
la resina del miele che non sa sedurmi
nel tramestio del mitico fantasma.
la rendita del fianco è stata arresa
dallo scontro illiberale della fune
dal cipresso che mi aspetta sempre.

17.
ho finito col domare il mio panico
a forza di bestemmie. in mano ad Alice
non ho visto nessuna meraviglia. semmai
la caviglia è sporca di fango a forza
di cammino. in straccio alla diaspora
la spora non porta fiore. vorrei
piangere la foga della vergine
quando quaggiù si giunge alla ventosa
altalena e si smorza l’amore ben comunque
futile. l’altalena l’andare fa conquiste
con le nuvole. in mano alla filandra credo
avvenga l’odissea del filo pagato
dallo sguardo. Domodossola la città
della villa di Contini. i grandi critici
si contano in un abaco di coma. è
finita la norma di credere al futuro
è tutto una blasfemia di torri in esuli
mattini. qui si accorcia la vita in una
mattonella di morgue. il sasso occiduo
non basta a giustificare la morte una nel
simbolo del semaforo verde.
qui l’acuta fandonia della stirpe
solitudine cruenta sulle spalle.

19.
nulla sarà questo vanto acerbo
questo dispaccio d’era in fondo al mare
si andò così che la vita tacque
per l’elemosina di copiare il sole.
nessun patema ingaggi l’anfiteatro
ma resistenza al quanto nonostante
sia di panico l’orizzonte e l’afa.
così in silenzio la genia dell’uomo
per la condanna di servire zolle
nomee di ieri che uccisero le vette.

29.
con un dolore in petto vado contromarcia
ricordo la città che fu lasciata
al pingue disprezzo del gioco dei dadi.
mi lamento dei baci che non ebbi
tra aciduli denti di mostruosi cannibali
il baule pronto di mia madre per l’ospedale.
tra dividendi e addendi ho perso la gioia
di consacrare i vent’anni quando fui
figliastra di ciotole piene.
oggi le gite le fanno i camionisti
con la malinconia nei muscoli
l’acerbo gioco di scalare curve.
nemmeno un’astronave potrà il mio arbitrio
docile feticcio, pupazzo per le perle che non
consolano. in un casolare di lana amai
il mio albore fatto di madre ragazza.
invece adesso sono una stima di misteri
di tabule rase lungo il sodalizio
in assenza di angeli. ora purtroppo
la strada si rimorchia in un bagliore
di sterpi. in un buio di caligine
voglio guardarti albino gemello della luna.

33.
qui ti fa gola il sillabario smunto
questo canuto antefatto del dado
quando lo tiri in aria soffia il numero
del tirassegno bieco. in meno di una nascita
ti volgi zitto pavone che non sa insegnare
la bella aureola di starsene guardato
da tutti gli astanti torno torno.
in mano alla domenica è strafare
finissimo ricamo di nonna analfabeta
dove non ride il gelo di cometa.
tu non piangi che fegati di cimasa
lassù le case eruttano bontà
per le rondini che girano in pericolo
di botto. così il paese è un sudario
smilzo. sotto il sudario che trabocca
libri per scarafaggi. ormai la casa di Pascoli
predice solo tarli. la tesi di Pasolini è andata
dispersa. così l’alunno spaccato dalle ruote
del cimelio di esistere la morte.

36.
maretta e contumacia questa estasi
stato di cose in parco di consiglio.
percorso calunnioso lutto vivo
soccorso immenso senza apice.
nell’ammanco che dà croce questa furia
di dolore al sempre, sempre presente
quanto un ammasso di doglie senza figlio
o lusinga di luce voce di conchiglia.
resta atavico il mosto dell’aceto
nulla disseta. quale un anello spezzato
nella carne moribonda. la porta tombale
si umanizza ancora d’àncora. qui il gemellaggio
col tuono non basta a vagheggiare quiete.
voglio staccare la catena del sudario
dalla linguaccia dei mostri accanto
questo stradario senza nomi di vie.
mira di fosso lo stato del rito
intonacato d’arpe per pulsazioni d’altro.

43.
finisce il giorno in un’opera d’inutile
disfatta unta da bacche cadute a terra
amorosa parvenza di chissà quale
elemento in taglio di regale
fandonia ben comunque.
cipresso di malavita stagno d’occaso
questo censire la stretta per la gola
dove s’incute un eremo di pianto.
appello in controluce starti a guardare
in tanta malavoglia di resistere
un guaio la lanterna del volere.
risorsa di compagine la bestemmia
mimata almeno da un urlo muto.

54.
è caduta l’odissea in un diario
una sfregatina al muso contro il muro
e la vita è grata di esserti la tata
alla faccia della grammatica del basto.
issata in te la bandiera crocefissa
questa gimcana che perde le ossa
con la giraffa che non crede in dio
né tanto meno alla diva della farfalla.
questo silenzio che scandisce contaminazione
mina la zolla del bulbo ancor cieco
dove i papaveri comici dell’ozio
promisero la spiga regina di regine.
oggi la falla della terra aperta
consacra le elemosine del dubbio
il bioritmo di perdere il sì.
tutte le giostre una ferraglia d’atomo
dove si attesta di morire a schiocco
di sfinita staffetta.

55.
non tardare a volermi bene
sto piangendo di dazio
dacché la premura della resa
impone fagottelli di girandole
fisse nel dolore.
le fosse che girano il mondo
imbrattano il cristallo d’origine
la giostra nuda di piangere ancora
negata elemosina. ora arriva l’agonia
del sì per la sposina tradita. in gola
alla tempesta di tradire
appaia il dubbio della maestà
questa sbilenca aureola di santa
la madre andata oltre confine.
mestizia di cimelio starti a guardare
morta all’altare con la bara in faccia.
il talento non piace ai crudi vincitori.

Nota biografica: 

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-1955.

Ha pubblicato i libri di versi: IL GIORNALE DELL'ESULE (Milano, Crocetti, 1986), GLI ANGIOLI PATRIOTI (Milano, Crocetti, 1988), ACQUERUGIOLE (Milano, Crocetti, 1990), "DARSENE IL RESPIRO” (Milano, Fondazione Corrente, 1993), LA DEVOZIONE DI STARE (Verona, Anterem, 1994), LE ARSURE (Faloppio, CO, Lieto Colle, 2004), L'ACCIUGA DELLA SERA I FUOCHI DELLA TARA (Lecce, Luca Pensa, 2006), DALLO STESSO ALTROVE (Roma, La camera verde, 2008), L’INCHINO DEL PREDONE (Piacenza, Blu di Prussia, 2009), IL SOLICELLO DEL BASTO (Roma, Fermenti, 2010), RICETTE DEL SOTTOPIATTO (Nardò, Besa, 2011).

Le plaquettes "L'impresario reo" (Tam Tam 1985) e "Un cartone per la notte" (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); "Le giostre del delta" (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004).

Sue poesie sono state tradotte in Persiano, in Inglese, in Tedesco.

Numerosi e-book e collaborazioni si possono leggere on line. Ha vinto tre premi di poesia.

Sul web cura i seguenti blog di poesia:

Sconforti di consorte
Brindisi e cipressi
Sorprese del pane nero